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5 domande a Irina Ronga

Domenica, 06 Settembre 2015 18:21
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Questa intervista è piena di odori e ricordi. Irina Ronga (architetto e designer) napoletana, ha fatto un lungo viaggio dentro la sua progettualità, condividendo metodo e pensiero. Leggere la sua intervista è una piacevole "caccia al tesoro" tra le emozioni.

Buona lettura 

 1. VISTA

Gli occhi sono il nostro campo base dove cominciamo a educare la nostra percezione e, in qualche modo, a catalogare tutto ciò che ci circonda. Quale immagine, disegno o quadro, ha fatto scoccare in te la scintilla della creatività?

Sicuramente non è un’immagine famosa e nota ai più.
Se devo dirti esattamente in quale momento ho deciso CHI sarei diventata, devo tornare indietro nel tempo e giungere a me bambina che entro nello studio di mio cugino, Architetto pure lui (il primo dei tre che siamo in famiglia). L’immagine che conservo è questa.

Uno studio perfettamente disordinato, con le scrivanie piene e piene di fogli, carta mozzarella, carta millimetrata, il tecnigrafo e il servitore affianco, la matita (anzi no, il portamine) la gomma Staedtler col cartoncino blu intorno e le sue fastidiosissime bricioline, ormai nere per una grafite rimossa, insinuatesi tra i tuoi piedi e il pavimento, la campana temperamine, e quegli affascinanti numerosi tubi porta disegni di altezze diverse che sembravano a guardarli da lontano, direi oggi, un pezzo si skyline giapponese, il profumo di cancelleria usata e consumata, gli scarabocchi manageriali che solo noi sappiamo fare stando al telefono (che qualcuno oggi ha battezzato zentangle), la penna a china, e quei disegni così puri, le linee parallele tracciate sapientemente, per indicare un muro, l’interruzione della finestra, la scala, i trasferibili e le mascherine per gli arredi…

“Devo fare questo da grande” devo aver pensato a un certo punto; aiutata dalla passione e dalla mia discreta capacità a disegnare, passavo il tempo a “progettare” in pianta ipotetiche case di ipotetici committenti (tra l’altro sempre gigantesche e molto “Miami beach”…).

Inutile dire che di tutto quello che ho descritto fino a qui, è rimasto forse solo lo scarabocchio e il telefono, tutto sostituito da uno spoetizzante pc, nel quale pure da grande sono riuscita a trovare negli anni l’aspetto creativo, offrendomi la possibilità di non fermarmi all’architettura ma allargandomi al design (non sai la gioia che provo nel vedere un oggetto progettato da me in fase di render, è come l’atto del partorire!), al video editing e alla grafica, che oggi esercito anzitutto per passione e poi per lavoro.

#lestoriedellapiccolasofiaPenso a Depero e ai suoi progetti per la Campari alle genialissime forme di advertising, alle informazioni che ci vengono passate in maniera grafica (le infografiche che spesso guardo per ore solo perché sono belle), ai manga e fumetti in generale (è un anno ormai che ho incanalato la mia vena artistica anche in questo senso un po’ per gioco creando#lestoriedellapiccolasofia, un fumetto che racconta i progressi e le avventure di mia figlia, e talvolta anche le mie) e a tutto il cibo per gli occhi, che diventa cibo per lo spirito creativo, di cui mi nutro ogni giorno e che per me sono ossigeno!

 

2. UDITO
Ascoltare vuol dire porsi in attenzione dell’altro, è un sentire che sfocia in sentimento. Ti è mai capitato che un particolare sentimento ti guidasse emotivamente verso l’idea che stavi cercando?

Non credo. Almeno non consapevolmente.
Di me ho capito una cosa nel corso degli anni: io incamero, assorbo come una spugna, senza nemmeno rendermi conto di quanto accumuli, e poi all’improvviso mi riscopro “ricca” di sensazioni che diventano un colore, una forma, un tratto, un disegno, una nuova capacità.

All’inizio di un processo creativo, metodologicamente mi pongo dei paletti/domande da brava allieva, che vanno “assolutamente rispettati” (il virgolettato è d’obbligo poiché all’intento non sempre poi obbedisco al 100%...):, questa sedia deve essere bella e comoda, questa illustrazione deve essere giocosa ma non buffa, questo spot devo rivolgerlo ai giovani quindi devo usare un linguaggio sonoro e cromatico adeguato...

Poi nell’atto creativo mi ascolto, mi bacchetto, mi correggo e mi incoraggio (si perchè ci vuole sempre molto coraggio nell’avere la presunzione di creare qualcosa) e succede immancabilmente che il prodotto finale non è quello che volevo ma una cosa altra (spesso migliore per fortuna) perché quel prodotto l’ho condito senz’altro con dei sentimenti (ma non so mai dire quali sono, eccezion fatta per la passione che ci metto, quella sì che si vede sempre).

E allora la sedia spesso diventa consapevolmente più bella che comoda (però è bella veramente e va bene così), il video spot mi emoziona ogni volta che lo riguardo, ma mi accorgo che non è esattamente giovane “alla MTV” come avevo immaginato all’inizio, ma va bene così, e l’illustrazione è sì giocosa, ma a tratti si prende un po’ troppo sul serio… e anche questo va bene perché poi pensi la prossima volta farò meglio.
E nel frattempo alla ricerca di quel meglio che deve sempre venire, io incamero e assorbo e accumulo e mi arricchisco! E mi ripropongo ogni volta di ascoltare di più il progetto stesso, l’oggetto del lavoro di quel momento.
A riguardo mi viene sempre in mente un passaggio che mi è rimasto impresso di Gustavo Giovannoni la cui opera studiai all’università.

In occasione del restauro di liberazione della napoletana chiesa dell’Incoronata, raccontava in alcuni suoi scritti di essere quasi ossessionato e afflitto dal non saper procedere, quando ad un tratto il Grande Muto (l’opera muraria) commosso iniziò a parlargli, e dunque a suggerirgli come procedere.

Un monito per me, ad indicare che spesso e volentieri miriamo troppo lontano senza renderci conto che le soluzioni o i percorsi che fanno parte del processo creativo si raccontano da sé, e il nostro compito talvolta è solo quello di ascoltare.

L’unico sentimento manifesto che di sicuro mi guida in ogni esperienza creativa è l’entusiasmo.
Quello di una nuova avventura, di una nuova creazione.
E questo entusiasmo è sempre lo stesso, ogni volta, non cambia mai, in particolare se tratto di design d’arredo e complementi.

La prima volta che mi stupii di quanto veramente l’atto creativo potesse entusiasmarmi fu in occasione di un incontro con uno sciacallo (vorrei essere un po’ più rude nell’appellare il personaggio, ma so semp’ ‘na signor’) che a quanto pare giochi per abitudine coi sogni altrui ricavando ogni volta progetti idee e lavori svolti a costo zero.

Il soggetto, napoletano d’adozione, si occupava di progettazione di servizi da the e caffè in porcellana.
Sono passati almeno 6 anni da quell’esperienza che per me fu totalizzante e mi assorbì completamente.
Benchè si sia rivelata una delusione, perché alla fine scoprii il giochetto a cui voleva giocare il tizio, è stata per me un’esperienza illuminante, poiché mi ha aperto per la prima volta le porte al design senza mai più farmelo abbandonare e perché mi ha fatto scoprire quanta passione potessi veramente profondere in una esperienza progettuale (credo di aver prodotto decine di servizi in porcellana in poco più di due mesi, alcuni dei quali studiati persino in una buona scala di dettaglio).

Quindi, a conti fatti, se ho esordito rispondendo di no, posso ora concludere dicendo che la base per progettare per me (come credo per tutti in fin dei conti) è l’entusiasmo. Se manca quello difficilmente termino il lavoro (o addirittura lo intraprendo).

 

3. OLFATTO
Abbiamo una memoria odorosa spesso legata all’infanzia: quali sono gli odori della tua terra che porti sempre con te? E come hanno influenzato la tua creatività?

Sono le 11:40 di un giovedì di fine agosto… parlare di memoria odorosa a quest’ora mi fa da aperitivo, mi apre lo stomaco insomma, poiché ovviamente i primi odori a cui penso sono odori di cibo…

Quegli odori familiari, nel senso che sono proprio gli odori che evocano momenti trascorsi in famiglia da bambina.
La pasta militare col pomodoro fresco (ditali al sugo se preferite) che era una certezza a pranzo quando tornavo dal mare con la mia famiglia. Il ragù e la parmigiana di melanzane in una fredda domenica invernale, e il loro profumo  che invadeva la casa dal sabato pomeriggio… Il polpettone e la pasta e patate di mamma!

L’odore del caffèllatte con i plasmon bene in vista sul tavolo da nonna signora affianco la mattina quando rimanevo con lei perché troppo piccola per la scuola e i miei andavano a lavoro.

L’odore della graffa dell’Edenlandia a Napoli e quello delle lacrime che versai quella volta che non volevo più tornare a casa.
Sono quegli odori che quando voglio aprire il vaso di pandora mi metto a ricordare. Sono indelebili perché sono un pretesto per dei ricordi (e non sono mai uguali a come li ricordi tu, anche se segui le ricette originali, a trent’anni hanno un altro gusto e un altro odore).

Cosa c’entrino e in che misura c’entrino con la mia creatività non lo so proprio, ma di sicuro, ancora una volta inconsciamente, in ogni progetto creativo al quale lavoro c’è sempre un po’ di quella pasta al sugo, di ragù, di parmigiana, di caffèllatte, di nonna signora (la mia vicina di casa), di graffa e di lacrime.
E di morte. Anche l’odore della morte. Un odore che paradossalmente era assenza di odore come assenza di vita in quel momento, quando a 11 anni conobbi la morte di mia madre.
Stesa nel letto immobile, con l’ultima lacrima (ancora lacrime) rappresa all’angolo del suo occhio sinistro e un accenno di sorriso sulle labbra viola e fredde come a liberazione dal dolore.
È triste sì, ma se ci penso un po’ più freddamente con distacco sovraumano diventa poetico e romantico e paradossalmente un’immagine bella.

Mi dà la sensazione dell’alba, di qualcosa di buono oltre le apparenze, contro tutto il buio di prima e la puzza del dolore e della sofferenza, parimenti presenti nella mia memoria.
E poi devo per forza ricordare tutti quegli odori che ancora oggi mi “drogano”: l’odore della penna multicolore (la penna chiattona), la penna con gli anellini profumati, l’odore dello zaino nuovo con la puzza di settembre (chè sta per ricominciare la scuola) e la puzza delle “gocce di napoleone” in cui si faceva probabilmente il bagno al mattino la maestra Adele.

L’odore di cartoleria che è un odore di nuovo, di vergine, d’inesplorato, del divenire, come i fogli bianchi che in genere fanno tanta paura perché non sai proprio da dove devi iniziare.
Io, a dire il vero, non ho mai provato (credo) l’horror vacui di fronte al foglio vuoto (o allo schermo nero o bianco del Cad).

Per me è solo l’inizio di una caccia al tesoro, dove in uno spazio “infinito” devo dare forma all’oggetto che vi si è nascosto sulle tracce del quale mi metto forse guidata da un suono, da un odore, da un ricordo, da un’emozione.

 

4. GUSTO
Il gusto è il primo contatto con il mondo. Ancor prima di viverla, la vita la assaporia-mo. Il gusto è la percezione di un sapore (amaro, dolce, salato) ma anche di uno stile. Talvolta è l’inizio di una personale ricerca estetica. Ettore Sottsass scrive: “[...] Vivevo in uno spazio più vuoto che pieno, anzi molto vuoto e in quello spazio i “pieni” mi arrivavano incomprensibili e sconnessi. […].” Cos’è per te il vuoto nel design?

Il vuoto. Sono fermamente convinta che il vuoto sia essenziale.
È necessario per comprendere i pieni, per comprendere un’emozione, per dar peso ad un testo, per sottolineare isolandolo il frame successivo.

In architettura il vuoto ti fa apprezzare (gustare è il caso di dire) il gioco di volumi che si crea intorno ad uno spazio e in moltissimi contesti è strumentale al rievocare di una sensazione o a stimolare un’emozione.

DanielLibeskind MuseoEbraico Berlino Mi affiorano alla mente i vuoti sapientemente calibrati da Libeskind nel museo ebraico di Berlino che sono vuoti dell’anima, sono il paradigma della perdizione, i corridoi vuoti ma pieni di angoscia, quella che esplode cozzando con dei massicci pieni al suo intorno; o mi viene in mente l’Antro della Sibilla Cumana, un vuoto lungo un centinaio di metri che doveva riempirsi del suono eterno della profetessa del dio Apollo.

In grafica è essenziale calibrare uno spazio pieno da uno vuoto, per favorire il mas-simo equilibrio tra testi colori immagini etc… 
In musica la pausa, che equivale al vuoto, scandisce i ritmi.
Al cinema il vuoto può essere preparatorio per l’emozione successiva. (la suspense in un film horror ad esempio sottolineata da una luce perennemente spenta…)

Per questi esempi ribadisco che il vuoto è essenziale. Diventa quasi un contenitore strumentale di sensazioni e di emozioni rivelatrici dei pieni, e quindi paradossalmente è più pieno del pieno stesso.

Penso che sia la parte romantica, o almeno una delle parti poetiche del progetto sia esso di architettura o di design inteso nelle varie forme.

 

5. TATTO
La creatività è un concetto che non ha corpo, eppure con i tuoi progetti plasmi la materia, la addomestichi. Secondo te, nel design, esiste la ricerca della forma perfetta?

Leggere che coi miei progetti plasmo e addomestico la materia mi fa sentire molto il Padreterno.
In realtà credo che plasmare la materia sia più un’ambizione (non solo mia ma dei designer in generale) che una verità.

Nell’atto del progettare, almeno io, tento di conciliare sempre la forma e la funzione secondo la più classica delle lezioni.

Il che vale nel caso dell’architettura come nel caso dell’oggetto di scala più “umana”. E non sempre, dando per certa la funzione (che è il tema della progettazione in quel momento), la forma che ne deriva è automaticamente determinata; può sembrare scontato ma non lo è affatto: pensare per esempio di progettare una sedia (assolvo alla funzione del sedere) non è per nulla semplice in termini di forma. Lo è solo in apparenza, ma poi vanno decise cose che possono fare la differenza, alterare o perfezionare un equilibrio, condurre alla forma perfetta cercatra ed ottenuta appunto plasmando la materia..

Devi allora scegliere quanto è grande la seduta, in che rapporto sta con lo schienale, (sono divisi? … è tutta una scocca? …lo schienale è avvolgente?...alto abbastanza?... basso e scomodo?)... e i braccioli ci sono?... (di che tipo?... di che materiale? …come la scocca?... sono sottili o abbastanza larghi da farci accomodare per un bel po’ l’avambraccio?)

E poi quante zampe ha (mica la sedia devi farla per forza a 4 gambe, ne ho viste di belle anche a tre zampe), …sottili, larghe come? …e i materiali utilizzati? legno ferro alluminio, acciaio.

A proposito ci sono imbottiti?... E poi… e poi… e poi…. È tutto un continuo “e poi” che, (giusto per complicare ma rendere più divertente questo gioco dell’oca) non si svolge affatto su un susseguirsi di scelte cronologicamente scandito, ma è un continuo rivedere in funzione di quella scelta o di tale altra.

La scelta del materiale poi, che ho pure citato prima, spesso limita, spesso “permette” forme… in realtà è insita dall’inizio del percorso di ricerca… non riesco a pensare alla forma di una sedia (per rimanere nello stesso esempio) senza sapere in quale materiale la farò, e la scelta di questo ultimo (visto che di tatto si parla) spesso dipende non solo dalle potenzialità che offre in termini di caratteristiche meccaniche e di durabilità, ma dall’esperienza tattile (oltre che visiva) che ne ho avuto.

La fortuna (ne sono fermamente convinta) gioca poi il suo ruolo e allora è probabile che nasca una forma buona, appropriata e giusta per quel prodotto, ma guai a fare o a credere di aver fatto una forma perfetta… sarebbe la fine!

 

Per finire una domanda fuori dai sensi ma utile soprattutto per me e per chi ci leggerà: consiglia un libro (romanzo, racconto, saggio, fumetto, etc.) che ha lasciato una traccia indelebile nella tua memoria.

“Se questo è un uomo” di Primo Levi, credevo fosse IL Libro “mio” per eccellenza.
Poi ho letto “La notte” di E. Wiesel. Ora si contendono il triste primato.
Inutile spiegarti il perché…

 

Per informazioni e contatti: Irina Ronga Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

 

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