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Non lo farò mai più!

Non lo farò mai più! © Julia Krahn
Mercoledì, 04 Novembre 2015 10:16
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“No, io questo non lo farò mai più!”
Quante volte abbiamo detto questa frase?

Forse tante volte, con decisione e fermezza. Ma non sempre le faccende della vita vanno come noi vorremmo.
Allora succede che un giorno ti trovi a dover fare quella cosa che proprio non avresti mai pensato di dover fare.

La prima volta che ho visto e toccato la sua nudità, ecco, quella volta mi sono detta che non avrei più fatto quello che mi chiedeva, quello che lei da sola non poteva più fare.

Lo stupore e l’imbarazzo di essere lì a lavare e ad asciugare la sua pelle. Una pelle, nonostante l’età, liscia e bianca come la neve appena caduta.

Non guardavo, non riuscivo a guardare le mie mani mentre insaponavano il suo corpo abbondante oltre misura. Quella volta siamo state in silenzio, io non sapevo cosa dire e lei nascondeva la vergogna tra le bolle di sapone.

Eravamo in quello spazio angusto, lei nella piccola vasca, io che lasciavo le mie lacrime nell’acqua profumata di lavanda. Mai avevamo avuto un contatto così intimo, mai. Nemmeno un abbraccio ricordavo tra noi.

"Non lo farò mai più!" mi dissi dopo quella volta. Ma la vecchiaia avanza veloce, tanto da sopraffare ogni prospettiva e i buoni propositi per il futuro.
Quella promessa fatta a me stessa, ovviamente, non l’ho potuta mantenere, non potevo abbandonare chi ora era la parte più debole di me: mia madre.

Oggi faccio luce sui miei sentimenti di figlia che deve, per due giorni a settimana, prendersi cura di una madre malata e corrosa dal tempo. 

Lei è ancora cosciente ma il corpo non risponde alla sua volontà, le sue mani non hanno più peso e le sue gambe non possono più gustare la libertà nemmeno di passare da una stanza all’altra.

Dipende dagli altri per dormire, per lavarsi, per vestirsi, per mangiare.
Ogni gesto che prima compiva da sola ora è completamente affidato ad altre braccia, altre gambe e altri umori.

Deve essere frustrante e doloroso non poter dominare i gesti e i propri passi. Terribile è lasciare che altre mani lavino le tue parti intime o che debbano raccogliere le tue feci.

"Non lo farò mai più!"
Ma il tempo passa e ci sarà sempre più vomito da raccogliere e merda da dover pulire. Straziante è quello che mi aspetta.
Starle lontano diventa una necessità, un sano istinto di sopravvivenza, mi dico.

Poi un giorno ho compreso che fare resistenza non avrebbe certo alleggerito il mio cuore. Dovevo cercare una nuova via per sostenere la sua discesa e affrontare le mie paure.

Adesso nei due giorni che passiamo insieme faccio di tutto per distrarla, per distrarmi, le cucino cose sfiziose, la prendo in giro, cerco di prendermi cura di lei tenendo a bada i sentimenti senza lasciarmi trascinare via dal fiume in piena dei suoi capricci e delle sue manie.

Mi ancoro alla mia vita per non soccombere ai sensi di colpa che di contro arrivano sempre, diretti e indiretti.

Non una lacrima o un lamento da parte sua. Sommessamente ha accettato la sua condizione d’inabile con un’eleganza che lascia senza parole.

Sa che il prossimo incontro sarà la morte e ne ha paura. Ho cercato di spiegarle che non deve temere, ma è difficile farle capire che è un passaggio inevitabile per tutti.

Allora ci scherziamo su e lei mi impartisce le ultime istruzioni, le cose che devo fare quel giorno, il pigiama da farle indossare, i calzini, le lenzuola e il copriletto da mettere. La casa deve essere pulita, in ordine, nulla fuori posto, i vasi con i fiori, i centrini, la cucina tirata a lucido e non devo dimenticare il caffè da offrire a chi verrà a fare visita.

E poi la foto, la foto ricordo da incorniciare sulla tomba ha voluto sceglierla lei, quella dove ha i capelli in ordine, la collana di perle, il gilet intonato al maglione. Sì, la luce è quella giusta, i colori anche, il profilo è quello migliore.

Insomma ho un gran lavoro da fare prima, durante e dopo la sua morte. Ridiamo. È questo, penso, il nostro modo di affrontare la morte, ridendoci su, cercando di parlarne e fare marameo a Oggi che è andato e a Domani che ci vedrà qui, di nuovo insieme.

Ma una cosa ho imparato da tutto questo dolore, suo e mio, che non importa quanti baci o abbracci mi abbia negato, quante vacanze abbia affidato la mia infanzia alle cure di estranei, no, ora non mi importa più.

Quello che conta e che conterà sono le cose ci siamo dette, le storie di guerra e di fame che mi ha raccontato. Resteranno perciò tutte le nostre passeggiate alla Standa, alla Rinascente, i budini caramellati mangiati alla Motta, le pizze da Mattozzi.
Ecco, tutto questo per me vale più di una carezza che forse avrei dimenticato col tempo.

Le settimane passano veloci e la sua memoria vacilla ogni giorno di più.
Rovisto nel mio armadio in cerca di qualcosa, non so nemmeno io di cosa, cerco me tra gli abiti consumati, tra i maglioni che metto in casa quando fuori è freddo.
Finalmente lo trovo, è un vecchio maglione giallo, aperto davanti e talmente slabbrato da poter essere indossato da un elefante.

Lo guardo e mi vedo nelle tante serate d’inverno trascorse sul divano di casa a leggere o a guardare la tv con mio marito, le risate, gli abbracci. Un maglione pieno di amore e che profuma di me. Ecco è proprio questo che cercavo.

La settimana scorsa ho portato il maglione a casa di mia madre, glielo mostro e le dico che ora è suo, lo potrà indossare quando vuole, la terrà calda.
Non so se ha compreso tutto quello che le ho detto, lo tocca, mi guarda, sorride “È bello caldo” mi dice e poi mi chiede di metterglielo.

Adesso ogni sera sul suo pigiama indossa il mio maglione giallo. Adesso ogni notte una parte di me è lì con lei. Non so perché l’ho fatto o come mi sia venuta quell’idea.

Oggi non ho nessuna voglia di cercare sedimenti psicologici tra la lana e i bottoni di un indumento. Quello che volevo era fare un dono non tanto a lei ma a me.

E credo che il suo sguardo e il suo sorriso sia il più bel ricordo che avrò di noi due. Quando non ci sarà più avrò un intero armadio di suoi abiti da fare indossare a ogni ricordo e per ogni abito avrò una storia da raccontare.

Nonostante i pochissimi capelli che le sono rimasti ogni settimana arriva l’immancabile appuntamento con il parrucchiere per lo shampoo e la piega, un momento che le restituisce un po’ di quel senso di normalità che un tempo aveva la sua vita.

Ogni tanto mi chiede se esiste qualcosa che nel sonno fa morire dolcemente. Certo che esiste, le dico, ma io non lo farò mai!

È domenica sera, le mie quarantotto ore sono scivolate con l’ultimo caffè.
Prima di andare via la saluto e mi sorprende con una frase inaspettata:
“La vita è bella” mi dice.

Sì mamma, la vita è bella. Malgrado tutto.

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Giovedì, 09 Maggio 2019 18:28

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